L’universo non ti deve nulla.

C’è un’idea che, in forme diverse, accompagna molte persone per tutta la vita: se facciamo il bene, prima o poi il bene tornerà. Non sempre la esprimiamo in modo esplicito. A volte è una convinzione spirituale, altre volte una speranza, o una specie di contratto silenzioso con l’esistenza. Alcuni si impegnano a comportarsi correttamente, di non ferire, di essere presenti, di rispettare gli altri, di migliorarsi. E dentro di noi si forma quasi naturalmente l’aspettativa che prima o poi qualcosa debba tornare indietro. 

Tutto vero?

Non mi riferisco certo al denaro ed al successo o riconoscimento. Spesso la ricompensa che immaginiamo è molto più intima: essere visti, essere scelti, essere amati. Perchè è quello che conta realmente. Ambiamo affinché “l’universo ricompensi” con la felicità, quella vera.

E le maschere?

Siamo abituati a pensare alle maschere come a qualcosa di falso, una copertura, una finzione. Ma non è sempre così. A volte una maschera è semplicemente una forma attraverso cui costruiamo la nostra identità. C’è la maschera professionale, quella sociale, quella digitale, quella sentimentale. E può esistere anche la maschera della persona giusta, dell’uomo che non ferisce, dell’uomo che comprende, dell’uomo che protegge, dell’uomo che si tiene ben lontano da tutto ciò che è tossico.

Il problema non è indossarla. Tutti abbiamo bisogno di rappresentazioni attraverso cui comprenderci. Il problema nasce quando quella maschera diventa qualcosa che il mondo dovrebbe riconoscere, quasi una qualifica morale da certificare. 

Perché sotto il desiderio di essere considerati buoni può esserci un bisogno molto più profondo: essere visti.

Non osservati. Visti.

C’è una differenza enorme. Oggi viviamo in un mondo in cui siamo continuamente osservati. Gli algoritmi registrano ciò che guardiamo, quanto tempo restiamo su un’immagine, quali parole utilizziamo, quali prodotti compriamo, quali persone ci attirano. Possiamo essere osservati in modo estremamente preciso senza essere realmente conosciuti. Non siamo visti per davvero. Ecco perché ci sentiamo soli. Ecco perché nella società moderna la solitudine è un problema sempre più gravoso e diffuso.

L’universo non ci deve nulla, al massimo ci chiede di vivere la nostra vita dentro un mondo imprevedibile.

Possiamo continuare a desiderare amore senza trasformarlo in un diritto. Possiamo sperare di incontrare un potenziale partner senza pensare che la sua comparsa debba certificare il nostro percorso. Possiamo essere corretti senza aspettarci un premio per esserlo. Possiamo provare un istinto di protezione senza costruire l’identità intorno al ruolo del protettore.

Ed è proprio qui che il tema ritorna a Tra bit e maschere.

Le maschere non sono necessariamente bugie. Sono interfacce. Modi attraverso cui entriamo in relazione con noi stessi e con gli altri. Il problema nasce quando confondiamo l’interfaccia con ciò che siamo davvero. Possiamo essere il professionista, il figlio, l’amico, l’artista, l’uomo forte, l’uomo giusto, il protettore. Ma nessuna di queste identità ci contiene completamente.

Crescere significa diventare capaci di osservare le proprie maschere senza distruggerle e senza esserne prigionieri, all’interno di un universo imprevedibile.

Chi scegliamo di essere quando nessuno può garantirci il finale?